Tagliare l’acqua d’estate è un atto di umanità dei sionisti.

Adalah: Stop Cutting Water Supply to West Bank Palestinians

PROLOGO AL DON CHISCIOTTE

Quella sera, prima di partire per la necessaria avventura, don Chisciotte sapeva di doverla trascorrere sveglio e per questo era rimasto a parlare con Sancio sino a tardi.

Sentivano, tutti e due, la necessità di confidarsi, vi era l’ansia per la partenza, per il viaggio che s’apprestavano a compiere, viaggio che aveva ben determinato il traguardo ma non il percorso; cammino che sapevano essere pericoloso perché carico di incognite, di rinunce, di passioni, di quella voluta incoscienza senza la quale ogni vita sa di poco.

Dulcinea del Toboso, era lì, come stella cometa capace di risvegliare dentro don Chisciotte ogni possibile desiderio ed in Sancio ogni incredibile curiosità, ma nello stesso tempo quali ansie d’attesa, quali spinte ad affrontare l’inimmaginabile pericolo, e nel contempo questi stimoli facevano conseguentemente crescere l’ansia per le novità e pericoli che vi erano da affrontare.

Don Chisciotte, meticolosamente rovistava negli armadi e nei bauli alla ricerca di carte e libri che l’aiutassero a conoscere nuove strade e nuove genti, voleva approfondire quanto sarebbero andati ad incontrare, ed a tratti sorrideva o s’incupiva all’idea di quello che stava progettando.

Guardava i segni di civiltà e culture diverse e si chiedeva quale fosse il modo migliore per avvicinarsi senza creare spavento, ma semplicemente curiosità per farsi accettare.

Sancio, apparentemente cercava di opporsi a quel progetto, in realtà lo stuzzicava affinché proseguisse nello sforzo di dare un senso ed un’impronta alla vita che stavano conducendo, un tentativo che solo superficialmente poteva apparire come follia.

Dulcinea era lì ad attendere con tutto il suo carico di opportunità, di potenzialità, però anche di un impegno, di sacrificio, di furiosa volontà, di azione per uscire dalla solitudine.

Era chiaro, in Don Chisciotte, che per quanto andava a fare sarebbe stato dichiarato un pazzo che si muoveva in solitudine, mentre in realtà era proprio il contrario, un solitario che si muoveva in una spasmodica ricerca di azione, per uscire dalla mortale solitudine che il tempo attuale e le proprie condizioni producevano.

In quest’istante crebbe il riconoscimento verso Sancio, il quale s’apprestava ad affrontare rischi d’ogni genere, sino alla derisione, mentre s’accompagnava ad un esperimento che andava esattamente in senso contrario di quello che appariva: reciproca azione per uscire dalla solitudine, non per ritrovarcisi, come molti hanno pensato fino ad ora.

E quanto questa lettura abbia determinato il giudizio verso l’opera di don Chisciotte, sempre visto come “il pazzo che lotta contro i mulini a vento”, senza tener conto che i mulini a vento questa volta erano un minuscolo specchietto mentre l’esempio gigante era la volontà dell’azione, “senza se e senza ma”, in altre parole, a qualunque costo, riconoscendo l’azione come unico elemento che libera, che permette l’incontro, le relazioni, che rompe la mortale gabbia della solitudine, quella che porta speditamente e senza salvezza alla vera pazzia.

Dulcinea era la meta: per arrivarci occorreva passare attraverso un continuo movimento in avanti, passando da un episodio, da un fatto all’altro, anche laddove occorreva affrontare insidie e promesse di ricchezze.

A tutto questo sarebbe stato capace di rispondere con coerenza? dritto alla meta con più pericoli ma anche con meno riconoscimenti, disposti perfino al sentirsi deriso dagli adulti, non dai bambini, dai sani e non dai pazzi, che sanno vedere oltre l’apparire.

Quando Ulisse decise di partire non si curò di altri e cominciò la sua navigazione, occorreva farlo.

Gli dei apparentemente si misero contro, ma, invece lo aiutarono stimolandone il coraggio, cogliendone il dubbio per farlo maturare sino a portarlo alla soglia del tradimento, e solo attraverso questo percorso che si poteva e si può raggiungere la vera meta, quella della ragione, del segno e del senso.

Seppe alla fine vincere la sua battaglia perché aveva ben chiara quella meta, cadde ripetutamente, ma, proprio per questo e solo grazie ad essa seppe sempre rialzarsi e quindi ogni volta proseguire.

Noi non apparterremo né agli uni, né agli altri, questo ripeteva quella sera don Chisciotte al convinto Sancio che, col bicchiere in mano, salutava la notte non per cercare consiglio, oramai aveva deciso di seguire il suo “padrone” perché aveva capito che alla fine vi sarebbe stata la vita e non la morte.

Il bicchiere di vino degustato era l’estremo bisogno di centellinare e assaporare quel prossimo futuro che l’aspettava.

Sancio, inoltre, consapevole del ruolo e del merito aveva accettato la propria parte, anzi estasiato voleva allungare il tempo dell’inizio, voleva degustare ogni attimo a venire.

Ricordiamo i versi del poeta Hikmet: “Lo so, quando si è presi da questa passione e il cuore ha un peso rispettabile non c’è niente da fare, don Chisciotte, niente da fare. E’ necessario combattere contro i mulini a vento”.

Ecco che era arrivata l’ora di alzarsi e ancora non erano andati a letto, si guardarono con occhi sapienti e complici, si dissero che era l’ora di partire, non era solo il dovere a spingerli a questo, ma la libera, consapevole e reciproca convinzione di ruolo e di appartenenza.

Poi entrambi, come in accordo, si calarono nella notte, nell’arcobaleno della fantasia e del desiderio…e lì cominciò l’avventura:

In un borgo della Mancia, che non voglio ricordarmi come si chiama, viveva un nobiluomo di quelli che hanno e lancia nella rastrelliera e un vecchio scudo….”

 

 

DA DOVE ARRIVANO LE MADRI DI PLAZA DE MAYO

“Da quanto tempo sono con gli occhi bendati? Cos’è quest’assordante rumore? Un aereo, un elicottero, un trapano che sta per bucarmi la testa”?

Questo pensava Manuel, solo 22 anni, ammanettato e con gli occhi coperti da una lurida benda oramai sporca di sangue, trascinato dai due gorilla in uniforme della marina argentina.

Lo tengono sotto le ascelle e ridendo lo accompagnano sopra l’elicottero che sta aspettando da circa un quarto d’ora.

Ora, mentre il velivolo si stacca dalla terra intuisce dove si trova.

Si domanda dove lo porteranno, ma non prova neanche a chiederlo, tanto non gli dicono nulla da giorni.

Dopo lunghi interrogatori per avere notizie, per conoscere nomi degli appartenenti all’opposizione non vogliono dare nessuna spiegazione, niente.

Li sente ridere e la puzza d’alcool riempie presto il piccolo abitacolo.

Manuel, sempre bendato, non vede dove si stanno dirigendo, ma sente fortemente come delle urla nella testa che una meta c’è, e la sente avvicinarsi sempre di più, lo intuisce perché le grida diminuiscono man mano che il tempo passa.

Quasi, Manuel, spera non finiscano mai, per quanto tremende esse siano!

Sente che quel silenzio prefigura qualcosa di orribile.

Ora pur sapendo di non essere sentito, né di ricevere risposta chiede: “Dove mi portate”? “Dove mi portate?”

L’elicottero non va più avanti, da qualche minuto gira attorno ad un punto, Manuel si stupisce che non scende o non va oltre

Di colpo silenzio, smettono di parlare fra loro e dopo pochi secondi si sente la voce di uno che comunica alla radio: “Pronto, Generale, siamo sull’obiettivo”.

Dall’altra parte risponde una voce secca senza anima né onore: “Proseguite”.

Finita la breve comunicazione torna il silenzio e il rumore dello sportello che si apre lo si avverte in maniera inequivocabile.

L’aria fredda e salmastra colpisce in pieno il volto di Manuel e da questo percepisce di trovarsi in mezzo al mare, e solo da questo lo capisce, non può vedere che si tratta di una splendida serata, le luccicanti stelle sono particolarmente lì a portata di mano, sembrano aspettare quella di Manuel per portarselo via, ma lui non vede e non sente questa sera.

I bruti lo afferrano ancora da sotto le ascelle ed avvicinato di più allo sportello aperto, viene scaraventato fuori, contemporaneamente si accorge che continua a non vedere, ad avere le mani legate dietro la schiena.

Solo le gambe precipitando si aprono in un estremo tentativo di fermare quella mortale caduta.

Non sente altro perché il contatto con l’acqua del mare è crudo, brutale, violento, inumano.

Il freddo viene come assorbito dalla paura per quella morte e dal desiderio di risorgere, magari nelle sembianze della propria madre, della propria nonna o sorella, del proprio fratello o figlio, comunque per continuare a combattere contro la Giunta dei generali, assassini ed argentini.

 

DA DOVE ARRIVANO LE MADRI DI PLAZA DE MAJO

Da quanto sono con gli occhi e la bocca bendati? Cos’è quest’assordante rumore? Un aereo, un elicottero, un trapano che sta per bucarmi la testa”?

Questo pensava Manuel, solo 22 anni, mentre, ammanettato e con gli occhi e la bocca bendati, veniva trascinato dai due gorilla in uniforme della marina argentina.

Lo tenevano da sotto le ascelle, e ridendo, veniva accompagnato sopra l’elicottero che stava aspettando da circa un quarto d’ora.

Mentre il velivolo si stacca dalla terra intuisce dove si trova.

Si domanda dove lo porteranno, e mugugnando prova a chiederlo, pur sapendo che tanto non gli risponderanno, non dicono nulla da giorni

Dopo lunghi interrogatori per avere notizie, per conoscere nomi degli appartenenti all’opposizione non vogliono dare nessuna spiegazione, niente.

Li sente ridere e la puzza d’alcool riempie presto il piccolo abitacolo.

Manuel, sempre bendato, non vede dove si stanno dirigendo, ma sente fortemente come delle urla nella testa che una meta c’è, e la sente avvicinarsi sempre di più, lo intuisce perché le grida diminuiscono man mano che il tempo passa.

Quasi, Manuel, spera non finiscano mai, per quanto tremende esse siano!

Sente che quel silenzio prefigura qualcosa di orribile.

Ora pur sapendo di non ricevere risposta chiede, ma solo dentro di sè: “Dove mi portate”? “Dove mi portate?”

L’elicottero non va più avanti, da qualche minuto gira attorno ad un punto, Manuel si stupisce che non scende o non va oltre

Di colpo silenzio, smettono di parlare fra loro e dopo pochi secondi solo uno comunica alla radio: “Pronto, Generale, siamo sull’obiettivo”.

Dall’altra parte risponde una voce secca: “Proseguite”.

Finita la breve comunicazione torna il silenzio e il rumore dello sportello che si apre lo si avverte in maniera inequivocabile.

L’aria fredda e salmastra colpisce in pieno il volto di Manuel e da questo percepisce di trovarsi in mezzo al mare, e solo da questo lo capisce, non può vedere che si tratta di una splendida serata, le luccicanti stelle sono particolarmente lì a portata di mano, sembrano aspettare quella di Manuel per portarselo via, ma lui le ha legate e non vede e non sente questa sera.

Manuel avverte di essere afferrato ancora da sotto le ascelle ed avvicinato di più allo sportello aperto, viene scaraventato fuori, contemporaneamente si accorge che continua a non vedere, ad avere le mani legate dietro la schiena.

Solo le gambe cadendo si aprono in un estremo tentativo di fermare quella mortale discesa.

Non sente altro perché il contatto con l’acqua del mare è crudo, brutale, violento, inumano.

Il freddo viene come assorbito dalla paura e dal desiderio di risorgere, magari nelle sembianze della propria madre, della propria nonna, per continuare a combattere contro la Giunta dei generali, assassini ed argentini.

A 5 anni dalla sua morte, l’esempio di Vittorio Arrigoni, l’attivista che visse a Gaza.

 

“Illegale, irresponsabile e pericolosa”. Con queste parole l’esercito israeliano descrisse Rachel Corrie dopo la sua uccisione.

Con queste o simili parole, beceri “giornalisti” descrissero Vittorio dopo la sua morte.

Molti che passano da Gaza si disperano perché toccano con mano cosa vuol dire essere palestinese. Palestinese ovunque: a Gaza, in Cisgiordania, come nei campi profughi di un qualsiasi paese arabo.

Vittorio no, non si disperava mai, aveva capito fin dall’inizio dove stavano i torti e dove le ragioni e scelse da che parte stare, senza tentennamento alcuno.

Il sentirsi costantemente dentro una grande, percepita e visibile ingiustizia non lo ha mai fiaccato. I bombardamenti, gli omicidi mirati, le perquisizioni, i sequestri dei palestinesi, che fossero uomini, donne o bambini non modificavano mai il suo stile, ed il contenuto dello scrivere: sempre attento, preciso, direi minuzioso e miracolosamente quando leggevamo tutto scorreva come un ruscello, capivamo tutto, sentivamo l’occupazione, l’umiliazione di essere oppressi sulla propria terra.

Tutto può essere distrutto in Palestina, gli oppressori non devono dimostrare nulla, non devono rispondere a nessuno, ci ricordava spesso Vittorio quante sono le Dichiarazioni dell’ONU cui Israele non ha mai nemmeno preso in considerazione.

I loro strumenti di morte possono passare sopra ogni cosa in qualsiasi momento, nel silenzio dei potenti.

In quella metà d’aprile del 2011 la notizia della sua morte arriva e colpisce ognuno di noi, tra chi lo conosceva personalmente, tra chi aveva letto i suoi articoli su Il Manifesto o semplicemente tra chi si chiedeva perché tanta gente era attonita, senza parola, mentre stava appiccicata davanti ad uno schermo in contatto con chi si conosceva, con chi parlasse arabo o inglese per avere notizie, per sperare che arrivasse quella determinante: era salvo.

Ognuno di noi aveva già vissuto questi momenti perché ce ne hanno ammazzati tanti, da Carlo, 22 anni, a Dax 26 anni, ancora prima Rachel Corrie 23 anni, Thomas Hundall, 22 anni. E poi migliaia e miglia di palestinesi, di cui Vittorio aveva cura darci nomi ed età.

Invece no: la morte di Vittorio sul momento ci fece perdere la speranza, ci colpì violentemente da farci quasi svenire, il mondo s’era capovolto. Trovammo lucidità coi giorni, quando andammo a rileggere le sue testimonianze, a guardare le foto ed i filmati, quando chi ne aveva rovistava nei ricordi. Capimmo che la lotta continuava, che non potevamo farne a meno, anche se per caso si volesse.

Nei giorni successivi la salma arrivò nella sua Bulciago e fummo in tante e tanti da nemmeno starci ai suoi funerali, quando ci recammo a toccare la sua bara credo che molte e molti avessero potuto dare un pezzetto di se per farlo tornare in vita, senza ombra di dubbio lo avrebbero fatto.

In quei giorni anche la terra di Palestina si riempì del suo ricordo, di gratitudine del popolo palestinese per uno dei figli migliori.

Come ulteriore regalo Vittorio ci lasciò tante cose, anche che in quella terra non si può restare equidistanti, che occorreva saper scegliere chi da molti, troppi decenni lotta per la propria terra, la propria dignità, il proprio futuro.

Vittorio scriveva sempre di restare umani, di non cedere a quelli che ci vorrebbero disumanizzare. Restare umani significa seguire l’esempio di donne e uomini come Rachel, Vittorio o Tom Hundall, che hanno scelto di mettere da parte un pochino della propria ragionevolezza per non sacrificare la propria umanità.

Chi più di Vittorio, oltre al popolo palestinese, merita queste parole di Mahmoud Darwish?

 

Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

Con la Palestina nel cuore.

Hamas e ANP stanno scavandosi la fossa con le loro mani Senza accorgersene?

 

Michele Giorgio nell’ultima settimana di maggio ha pubblicato un paio di articoli sulle condizioni di vita nella Striscia di Gaza e sulla situazione politica palestinese, sull’ormai eterna diatriba tra Hamas e ANP, su chi sostituirà il vecchio, decaduto e ammalato Abu Mazen, il ruolo degli Emirati Arabi, Egitto e Giordania.

Una realtà triste e disperata quella costruita dall’occupazione, certo, ma questa occupazione esiste da oltre 70 anni, però la condizione attuale costruita invece da ANP e Hamas aiuta di molto l’occupazione, ed è questa situazione che porta oggi a parlare, in Palestina, di “mendicanti, rapine, omicidi e pena di morte”.

L’oppressione sionista ha raggiunto picchi molto feroci, ma i loro crimini andavano a scontrarsi con l’unità dei palestinesi, con l’orgoglio e la dignità della resistenza.

Parliamoci chiaramente: in particolare con gli accordi di Oslo è iniziata la disgregazione che ha portato alla situazione attuale. La collaborazione con Israele da parte dell’ANP, la guerra civile tra Hamas e ANP è stata giustamente definita dai prigionieri come una nuova Nakba.

Nel 2007 scrivevano: “Dalle nostre celle, richiamiamo i nostri fratelli e sorelle, a ricordare l’importanza dell’unità, alla luce della crescente divisione nel seno del popolo.. In applicazione di questo, noi condanniamo unanimemente, gli atti di assassinio, sequestri e l’abuso di vandalismi verbali. Queste sono le scintille che portano alla CATASTROFE (Nakba) e che dobbiamo prevenire a tutti i costi.

O nostro grande popolo, noi chiediamo ai nostri fratelli, agli eroi della lotta armata, di mantenere la purezza delle loro armi. Queste armi sono per la salvaguardia del paese e della sua gente, e devono essere, oggi più che mai, puntate contro l’occupante israeliano. E chi punta la sua arma contro il petto del suo fratello palestinese, dimentica il patto d’onore secondo il quale queste armi devono essere usate per resistere all’occupazione”.

Firmavano questo documento: Fatah: Marwan Barghouti, Hamas: Abdul Khalek el-Natche. Fplp: Ahmad Sa’adat, Jihad islamico: Bassam el-Saadi, Fronte Democratico: Mustafa Badarni

A questo documento ANP e Hamas hanno risposto con un silenzio tombale.

Il risultato è che la guerra civile, a bassa intensità, prosegue: a Gaza vengono repressi i militanti e simpatizzanti dell’ANP e nella Cisgiordania quelli di Hamas. Quando diciamo repressi intendiamo arrestati, torturati, qualche volta uccisi, a volte anche attivisti della sinistra palestinesi consegnati agli occupanti.

L’assassinio in Bulgaria del compagno Omar Nayef Zayed da parte di Israele con la complicità dell’ANP, ha provocato qualche reazione? Nulla, da nessuna parte…se non qualche piccola manifestazione, nessuno ha avuto il coraggio di muoversi in questa direzione, tranne un presidio organizzato a Roma, davanti all’ambasciata palestinese da parte del Fronte Palestina.

Solo il FPLP ha mantenuto aperta la questione con manifestazioni, oltre che in Bulgaria, in tutta la Palestina.

Questa la realtà che conosciamo tutti, ma che molti cosiddetti solidali con la Palestina, fanno finta di non vedere, non sapere e non ne parlano, come le tre scimmiette.

Ma a chi giova tutto questo se non all’occupazione?

La situazione in Palestina, dal 2006, si è andata caratterizzando con un doppio tragico “potere”: da una parte quello di Hamas a Gaza, dall’altra quello dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Crediamo si possa essere d’accordo dicendo che questa situazione non ha favorito certo le azioni di solidarietà, la resistenza, o anche le discussioni con quanti incontriamo nell’organizzare il boicottaggio verso Israele, la sua economia ecc…

Abbiamo visto che queste due realtà, Gaza e Cisgiordania, diventano sempre più isolate e lontane, attraggono le altre forze potenti nel mondo che ci speculano e ci giocano, e pensiamo che questo non sia un fatto positivo perché disgrega il fronte della resistenza a tutto vantaggio delle forze di occupazione.

Infatti non crediamoo sia insignificante il ruolo dei sionisti, e dei loro complici (Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Qatar, ecc…) su quanto sta accadendo, banalmente applicano la vecchia locuzione latina: dividi et impera…

La Resistenza è unità, difesa della memoria, dei prigionieri, difesa del territorio e delle risorse, ed ovviamente Resistenza è guerra contro l’occupante.

Ne Hamas, tantomeno l’Autorità Nazionale Palestinese, si stanno interessando all’unità. Per unità intendiamo quella del popolo palestinese, ma anche delle sue organizzazioni. Sotto occupazione le armi si usano solo contro l’occupante ed i traditori, le differenze tra i palestinesi si affrontano o meglio si dovrebbero affrontare con metodi democratici.

I due fronti che detengono il potere a Gaza, come a Ramallah, di certo non lo stanno facendo, chiusi nei loro fortini si illudono di avere potere, di essere gli unici rappresentanti del popolo palestinese, dimenticando che quelli che vedono allo specchio, nelle loro prigioni, mentre torturano o uccidono non sono sionisti o traditori, ma palestinesi coinvolti all’interno della tragedia dell’occupazione sionista, non colpevoli.

Detto questo sarebbe stato corretto che Hamas avesse potuto governare, ne aveva ogni diritto, anche se essere al governo non dovrebbe legittimare a stravolgere la cultura, la religione, la tradizione d un popolo, ma dovrebbe garantire la libertà di culto, il rispetto dei diritti umani, la parità tra uomo e donna.

Dobbiamo ricordare che dal 2006 non si vota in Palestina? Che Abu Mazen resta un presidente decaduto?

Mentre tra palestinesi letteralmente si scannano, Israele ha proseguito non solo con l’occupazione fisica della terra palestinese, ma anche l’occupazione della memoria.

Da una analisi di Fulvio Scaglione: “Nel 2011 il Parlamento israeliano ha approvato la cosiddetta Naqba Law, la legge che prevede sanzioni contro le scuole finanziate dallo Stato che ricordino o commemorino l’espulsione dei palestinesi nel 1948. Poi è stata approvata la Admission Committees Law, legge che permette alle piccole comunità in Israele di rifiutare la residenza ai non ebrei. Infine, nel 2013, Netanyahu è andato a nuove elezioni sulla base della legge denominata ‘Israele, Stato nazionale del popolo ebraico’, che apre la strada all’emarginazione delle minoranze, quella araba (cristiana o musulmana) per prima, e poi la continua impunita crescita delle colonie in Cisgiordania e Gerusalemme, credo ne siano un chiaro segno.

Nelle ‘colonie’ vive ormai il 10% dell’intera popolazione, altro che avamposti. Il mito della ‘bomba demografica araba’, che avrebbe dovuto travolgere lo Stato ebraico, è serenamente sfumato: nel 2014 il tasso di natalità era di 3,17 figli tra le donne arabe e di 3,11 per quelle ebree. Gli Haredim, gli ultraortodossi che formano circa il 12% della popolazione e usavano dedicarsi allo studio della Torah, con un gran peso economico per lo Stato, hanno perso molti dei loro privilegi. Una serie di leggi li ha indirizzati prima verso il servizio militare e poi verso il lavoro: il governo offre sussidi agli imprenditori che assumono Haredim e oggi, per la prima volta, il 50% degli uomini e il 74% delle donne ultraortodossi è impiegato e produttivo.

In Cisgiordania, i palestinesi, non hanno un politico degno di tal nome a rappresentarli e difenderli, la terra gli viene sottratta pezzo per pezzo. Quelli che vivono in Israele, se passa la legge sullo ‘Stato nazionale del popolo ebraico’, saranno considerati semi-abusivi. Quelli di Gaza sono presi tra l’assedio israeliano e il potere autoritario ed inconcludente di Hamas”.

Come si può non condividere quanto scritto?

Come fanno, i cosiddetti solidali con la Palestina a non vedere questo che è visibile ad occhi nudi?

Se è vero che l’unità e la memoria sono il primo atto di Resistenza, cosa vuol dire se Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese non lo fanno? Vuol forse dire qualcosa per ora di impronunciabile? Vuol forse dire che i due poteri non vogliono la Palestina, ma la loro Palestina?

Certo, difficile da pronunciare, ma è diventata sempre più uno stato di fatto e nessuno dei due si oppone, anzi lavorano in questo senso senza tregua, sordi ai richiami che pure sono arrivate dalle prigioni, dalla sinistra palestinese, ma anche dall’esilio, ed anche da chi si schiera, senza se e senza ma, per la libertà del popolo palestinese.

Riusciranno quanti stanno a sinistra, e la società civile a spostare queste grosse montagne?

Noi ne siamo certi, perché anche se ci riferiamo a forze in questo momento minoritarie, con poche risorse, senza potere pur se radicate nella società palestinese e nella diaspora, che in qualche modo dipendono da Hamas e dalla Autorità Nazionale Palestinese, che lo ripeto hanno interessi diversi ma in un certo senso convergenti, credo che sia l’unica alternativa possibile, se anche noi concretamente contribuiamo schierandoci con chi cerca fortemente l’unità del popolo, delle organizzazioni palestinesi e della Resistenza, in tutte le sue forme.

L’eroico popolo palestinese ci ha dimostrato di saper resistere in condizioni tragiche e ancora oggi, dopo le criminali aggressioni al popolo palestinese di Gaza ci dice che la Resistenza è necessaria.

Facciamo nostro il comunicato dei prigionieri, schieriamoci apertamente e fortemente con chi si batte, pur con poche forze, ed in maniera diversa ma decisamente, contro l’occupante; non stiamo dalla parte di chi si barrica dentro le mura, chiede tregue di lunga durata, o collabora con i sionisti (chiunque oggi collabora in qualsiasi forma con Israele non lo fa per gli interessi palestinesi, ma per i propri e quelli delle loro famiglie).

E’ sbagliato chiedere tregue più o meno lunghe, occorre essere uniti e pretendere la fine dell’occupazione, non pace ma giustizia, senza la quale non potrà esserci pace. L’unica pace sotto occupazione è quella tra padrone e servo. La tragedia, oggi non è solo nell’oppressione sionista, che la resistenza ha saputo tener testa per molti decenni, ma nella divisione.

I compagni del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina fin dall’8 luglio 2009, giustamente scrivevano in un loro comunicato, con cui denunciavano l’approvazione statunitense di 2500 unità abitative negli insediamenti della West Bank: “mettiamo in guardia contro ogni tentativo Palestinese di contare sull’atteggiamento americano o di accettarne l’interferenza, sottolineando che l’arma più potente per contrastare queste politiche è un fronte nazionale unito, ed urge un serio ed esaustivo dialogo nazionale Palestinese per affrontare la sfida, metter fine alla divisione e costruire un programma politico nazionale unificato”.

E, ci sembra, che alla luce di quanto è avvenuto, molta ragione avessero nello scrivere quelle parole.

Robert Fisk in un suo articolo del 30.01.2010 La Palestina sta lentamente morendo nelle pietrose colline della Cisgiordania: “Nella Cisgiordania, nell’Area C, ci sono 150.000 Palestinesi e 300.000 coloni ebrei che vivono – illegalmente per la legge internazionale – in 120 colonie ufficiali e 100 insediamenti “non riconosciuti”, ovvero, nel linguaggio che dobbiamo usare in questi giorni, “avamposti illegali”; illegali sia per la legge israeliana sia per quella internazionale, per distinguerli dalle 120 colonie che sono legali per la legge israeliana ma illegali per quella internazionale. I coloni ebrei, inutile dirlo, non hanno alcun problema ad ottenere le licenze edilizie, mentre nessun Palestinese è autorizzato a scavare un buco ad una profondità maggiore di 40 cm”.

E il problema, per i governanti palestinesi, è se tornare alle trattative o cercare appoggio alle varie monarchie?

LO SCRITTORE GENEROSO              (ovvero) 70 ANNI DI OCCUPAZIONE

 

Bruciano le carni

Dei palestinesi.

 

Una coda infinita

Di bambini, aspetta

Il turno disperato.

 

Inceneriscono nel silenzio

Gelido della polvere, nel

Silenzio ovattato,

Che fa percepire il

Brusio della carne

Che si infiamma.

 

Nel glaciale stupore

Una lieve poesia

Loda i criminali.

 

I nuovi Nerone

Che amano uccidere

Sapendo che il silenzio

Li ha assolti, li assolve.

 

Mancava una colonna sonora

A questo film dell’orrore.

 

Erri De luca,

Felice e pavido

L’ha regalata,

Ai macellai.

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Sionismo (ma non avete mai osato chiedere)

A proposito di bufale, tarallucci e vino… ovvero “una terra senza popolo per un popolo senza terra”

A 70 anni dall’occupazione della Palestina, progetto ordito a partire dagli ultimi anni del XIX secolo,
qualcosa appare chiara e vera per quanto, razionalmente, possa sembrare incredibile

La narrazione sionista ha attraversato circa 120 anni fondamentalmente in maniera impunita nonostante molte risoluzioni ONU lasciate cadere nel vuoto. Solo negli ultimi decenni, ad opera anche di molti autori ebrei, si è iniziato a svelare l’occupazione, le centinaia di villaggi distrutti e quella che poi correttamente è stata definita la pulizia etnica in Palestina. Ma occorre ribadire che queste verità faticano a superare la cortina fumogena fatta di censura da parte della stragrande maggioranza dei media mondiali, tutti sotto il pugno di ferro della narrazione sionista (in Italia i tre maggiori quotidiani quali La Stampa, Repubblica e Corriere della Sera sono nelle mani di altrettante dirigenze sioniste). I maggiori partiti di destra come di “sinistra” sono anch’essi al servizio del sionismo (recentemente Renzi segretario del PD e Presidente del Consiglio ha vergognosamente dichiarato che le nostre radici ed il nostro futuro sono in Israele, oltre ad essersi attorniato di persone con cittadinanza italo-israeliana), inoltre vi è una parte che vive sotto il ricatto dell’antisemitismo, lo spauracchio infelice e idiota con cui spesso sparano addosso a chiunque denunci semplicemente i crimini contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni.

La narrazione sionista, con la complicità anche di agenti palestinesi, ha guidato in maniera lineare tutto il confronto tra sionisti e palestinesi, fino a convogliare dentro i binari della loro narrazione tutta la solidarietà verso la Palestina, anche quella parte più genuina, facendo credere che una soluzione fosse possibile attraverso le trattative, attraverso i vari contatti tra dirigenti sionisti e palestinesi, magari con la “mediazione” statunitense o europea.

E badate bene, nonostante i 120 anni trascorsi, nonostante sia sotto gli occhi di tutti che nessun passo avanti sia stato fatto, quella narrazione è lungi dall’essere mandata al diavolo come dovrebbe, tutti continuano a seguirla come e peggio di una chimera (idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia: le sue speranze non sono che vane).

Posiamo i piedi per terra e vediamo di trovare una sola frase, in questi 120 anni, che possa far pensare al fatto che l’idea sionista preveda uno stato palestinese, piccolo, medio o grande che sia. Solo pochi mesi fa Netaniahu ha chiaramente ribadito che non permetterà la nascita di uno stato palestinese.

Andiamo a ritroso e vediamo se nel passato c’è qualche accenno allo stato per i palestinesi. Il terrorista Sharon poco prima di entrare in un salutare coma, a chi gli chiedeva quali fossero i confini di Israele rispondeva che se ne sarebbe parlato da lì a 50 anni, non prima.

Facciamo un salto ancora indietro e troviamo queste perle di disponibilità allo stato per i palestinesi:

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba». David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.

«Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono». Golda Meir, Primo ministro d’Israele, dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969.

«La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d’Israele. Tutta quanto. E per sempre». Menachem Begin, il giorno dopo il voto all’ONU sulla divisione della Palestina.

«E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre». Ariel Sharon, Ministro degli esteri d’Israele, parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.

E ci si limita a riportare le dichiarazioni più “gentili”, dichiarazioni rilasciate da chiunque, ma dai massimi dirigenti sionisti di ieri e di oggi.

Davanti a queste terribili ma concrete e veritiere dichiarazioni, come si fa a non comprendere che loro NON permetteranno MAI uno stato palestinese? Lo dichiarano un giorno si e l’altro pure, che Israele è uno stato per soli ebrei. E quanto sta succedendo negli ultimi anni lo conferma decisamente in maniera chiara: “uno stato ebraico per soli ebrei”. Ed a questo dato non si oppone nessuno in Israele anzi, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi esseri umani o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo.

Loro sanno che non avrebbero potuto realizzare il loro progetto da un giorno all’altro, ma a quel giorno si sta arrivando e si arriverà se non si inizia a destrutturare la narrazione sionista e con essa mandare alle ortiche tutti i traditori all’interno della dirigenza palestinese, a partire dal golpista Abu Mazen e ogni altro leader che si oppone all’unità del popolo palestinese contro l’occupazione.

Che fare? Direbbe qualcuno che nel momento giusto seppe che fare.

Innanzitutto i palestinesi hanno bisogno di nuovi leader, di nuovi intellettuali (non è un caso che i sionisti hanno fatto una strage di intellettuali palestinesi così come di onesti dirigenti palestinesi, o anche di attivisti come Vittorio Arrigoni o Juliano Mer Khamis, lasciando illesi quelli che in qualche modo accettano di “trattare”). Occorre ricomporre un nuovo pensiero politico e di resistenza, che sappia costruire unità al fine di porre nuove analisi e strategie alternative che portino ad una nuova azione politica. L’attuale sistema politico palestinese non tiene conto in nessun modo del popolo, cerca di comprarlo dove può, offrendogli dei privilegi, miseri, ma che nella disperazione di nessuna prospettiva diventano allettanti. Provate a pensare ai ruoli che ricoprono i dirigenti palestinesi nell’attuale sistema politico: un leader cui è scaduto il mandato e nessuno pensa di sostituirlo. Questo modo di stare nella realtà palestinese coinvolge tutti, destra, centro, ma anche sinistra, purtroppo. Come detto serve una nuova classe dirigente che per prima cosa si liberi, senza se e senza ma, delle catene degli accordi di Oslo, ovvero rigettare quella schiavitù e oppressione che prosegue da decenni.

Rilanciare in maniera forte, costante e chiara il BDS contro l’occupante, chiamando a raccolta tutte le forze che dicono di sostenere i palestinesi. Quindi che d’ora in poi si utilizzino nuove e chiare parole d’ordine, chiamando le cose con il vero nome, l’occupazione è occupazione, e da che mondo e mondo all’occupazione si risponde con la RESISTENZA, ovviamente declinandola in molte forme di cui i palestinesi spesso si son mostrati maestri.

La solidarietà italiana cosa può fare per sostenere la giusta legittima lotta di liberazione palestinese?

  • Svelare e contrastare la narrazione sionista

  • Sostenere la Resistenza

  • Costruire solidarietà verso i prigionieri palestinesi

  • Sostenere ed ampliare il BDS

  • Costruire relazioni politiche con i palestinesi

  • Non collaborare con progetti che normalizzano l’occupazione

  • Rigettare il turismo “politico” (i palestinesi hanno le qualità per fare un lavoro di controinformazione, aiutiamoli nel recupero delle risorse).

  • Lottare contro i sionisti nel nostro paese

p.s. Che Israele non abbia intenzione di fermarsi agli attuali confini, anche se non segnati, lo dimostra, ad esempio, il fatto che è sempre attivo nel tentare di disgregare i paesi arabi vicini, come Siria e Libano. È di questi giorni la notizia, ovviamente censurata dai giornali italiani, che un nuovo progetto sionista è riemerso contro il Libano e la sua integrità territoriale. Come riportato da alcuni politici libanesi e pubblicato in questi giorni dal quotidiano di Beirut Assafir, Israele sta cercando di convincere la comunità internazionale della mancanza di una documentazione “certa” relativa al confine meridionale del Libano. Durante un’interpellanza in sede ONU un diplomatico israeliano ha dichiarato che “non esistono dei confini terresti riconosciuti tra Israele ed il Libano, visto che lo stato libanese non ha mai fornito una documentazione relativa alla sua linea di confine meridionale mai veramente marcata”.

Questo il modo di agire dei sionisti, incuranti di seguire una qualsiasi legge, loro si sentono fuori dalla legge, perché sanno che il loro progetto della Grande Israele non è solo umanamente schifoso, ma del tutto illegale.

Proponiamo in allegato un documento che riteniamo molto adeguato alla riflessione proposta, per ragione di spazio riportiamo alcune “immagini”, ma rimandiamo alla lettura integrale, attraverso il sito: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/ong-nella-valle-del-giordano

“L’assistenza scalza la lotta politica palestinese, normalizza la situazione di occupazione, e rinvia una soluzione permanente”. Le ONG internazionali stanno lavorando in maniera estensiva nei villaggi palestinesi, nei paesi e nelle città delle aree A* e B*, mentre i palestinesi dell’area C* (inclusa la maggior parte della Valle del Giordano) sono sistematicamente esclusi dall’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione, alla sanità e all’energia. […] queste ONG stanno lavorando entro le leggi militari imposte sulla Cisgiordania dalle forze di occupazione.

Mentre Oslo iniziò il processo di normalizzazione dell’occupazione, le maggiori ONG internazionali stanno continuando questo processo lavorando entro i confini imposti loro dallo Stato di Israele, e concentrando la maggior parte del loro lavoro nelle aree A e B.

Le ONG “stanno lavorando qui dall’invasione della potenza occupante, e niente è cambiato. Funzionalmente, loro alleggeriscono i governi dalle loro obbligazioni verso i propri popoli. Le ONG spesso non riconoscono gli Stati e le loro politiche economiche, come le maggiori cause di povertà e sofferenza.

Nel caso della Palestina, molte ONG non si concentrano necessariamente sulla critica dell’occupazione israeliana, ma piuttosto tendono ad allenare i palestinesi a muoversi e servire una nuova società civile post-Oslo, caratterizzata dalla partecipazione dei palestinesi al capitalismo del libero mercato.

Chiunque conduca ricerche sulle ONG e sulle donazioni in questa area, sarà costretto ad ammettere che le donazioni intese a giungere in quest’area risultano, negli ultimi 15 anni, milioni. Ma questi soldi vengono incanalati in progetti che, in maniera conveniente, evitano la questione dell’occupazione israeliana. Una ONG viene garantita di mezzo milione di euro dall’UE per prevenire l’estinzione dei gufi nella Valle del Giordano, mentre la gente non ha acqua potabile da bere.

Poiché queste organizzazioni ricevono finanziamenti da diverse fonti, loro devono proteggere i propri interessi monetari non valicando certi limiti e restando incollati allo status quo. Infatti, le organizzazioni che criticano le politiche di Israele rischiano di essere deprivate dei finanziamenti e penalizzate, e questa è una eventualità ben conosciuta. Come il caso di INCITE – Donne di Colore Contro la Violenza. Sul loro sito web, loro spiegano che iniziarono a ricevere finanziamenti dalla Fondazione Ford nel 2000. Poi, “in maniera del tutto inaspettata il 30 luglio 2004, la Fondazione Ford spedì un’altra lettera, spiegando che aveva rivalutato la propria decisione a causa del sostegno alla lotta di liberazione palestinese da parte dell’organizzazione. L’amministrazione militare israeliana non si assume più la responsabilità di garantire il benessere della gente dell’area C. Loro possono anche smettere di sorvegliare tali aree palestinesi, in quanto adesso ci sono le ONG che lo fanno per loro”.

Questo è evidente per il fatto che “loro hanno case fantastiche, salari spaziali e uffici enormi. Loro hanno altissimi costi di esercizio, finanziati dalle fondazioni – in teoria in nome del popolo palestinese. Le tasse che pagano ammontano al 22% dei loro budget e loro implementano il loro lavoro mediante ditte esterne – pagando alti salari agli ‘specialisti’ ed ai ‘consulenti’ internazionali”. Ciò che resta alla fine per la gente, è niente.