Michele Giorgio nell’ultima settimana di maggio ha pubblicato un paio di articoli sulle condizioni di vita nella Striscia di Gaza e sulla situazione politica palestinese, sull’ormai eterna diatriba tra Hamas e ANP, su chi sostituirà il vecchio, decaduto e ammalato Abu Mazen, il ruolo degli Emirati Arabi, Egitto e Giordania.

Una realtà triste e disperata quella costruita dall’occupazione, certo, ma questa occupazione esiste da oltre 70 anni, però la condizione attuale costruita invece da ANP e Hamas aiuta di molto l’occupazione, ed è questa situazione che porta oggi a parlare, in Palestina, di “mendicanti, rapine, omicidi e pena di morte”.

L’oppressione sionista ha raggiunto picchi molto feroci, ma i loro crimini andavano a scontrarsi con l’unità dei palestinesi, con l’orgoglio e la dignità della resistenza.

Parliamoci chiaramente: in particolare con gli accordi di Oslo è iniziata la disgregazione che ha portato alla situazione attuale. La collaborazione con Israele da parte dell’ANP, la guerra civile tra Hamas e ANP è stata giustamente definita dai prigionieri come una nuova Nakba.

Nel 2007 scrivevano: “Dalle nostre celle, richiamiamo i nostri fratelli e sorelle, a ricordare l’importanza dell’unità, alla luce della crescente divisione nel seno del popolo.. In applicazione di questo, noi condanniamo unanimemente, gli atti di assassinio, sequestri e l’abuso di vandalismi verbali. Queste sono le scintille che portano alla CATASTROFE (Nakba) e che dobbiamo prevenire a tutti i costi.

O nostro grande popolo, noi chiediamo ai nostri fratelli, agli eroi della lotta armata, di mantenere la purezza delle loro armi. Queste armi sono per la salvaguardia del paese e della sua gente, e devono essere, oggi più che mai, puntate contro l’occupante israeliano. E chi punta la sua arma contro il petto del suo fratello palestinese, dimentica il patto d’onore secondo il quale queste armi devono essere usate per resistere all’occupazione”.

Firmavano questo documento: Fatah: Marwan Barghouti, Hamas: Abdul Khalek el-Natche. Fplp: Ahmad Sa’adat, Jihad islamico: Bassam el-Saadi, Fronte Democratico: Mustafa Badarni

A questo documento ANP e Hamas hanno risposto con un silenzio tombale.

Il risultato è che la guerra civile, a bassa intensità, prosegue: a Gaza vengono repressi i militanti e simpatizzanti dell’ANP e nella Cisgiordania quelli di Hamas. Quando diciamo repressi intendiamo arrestati, torturati, qualche volta uccisi, a volte anche attivisti della sinistra palestinesi consegnati agli occupanti.

L’assassinio in Bulgaria del compagno Omar Nayef Zayed da parte di Israele con la complicità dell’ANP, ha provocato qualche reazione? Nulla, da nessuna parte…se non qualche piccola manifestazione, nessuno ha avuto il coraggio di muoversi in questa direzione, tranne un presidio organizzato a Roma, davanti all’ambasciata palestinese da parte del Fronte Palestina.

Solo il FPLP ha mantenuto aperta la questione con manifestazioni, oltre che in Bulgaria, in tutta la Palestina.

Questa la realtà che conosciamo tutti, ma che molti cosiddetti solidali con la Palestina, fanno finta di non vedere, non sapere e non ne parlano, come le tre scimmiette.

Ma a chi giova tutto questo se non all’occupazione?

La situazione in Palestina, dal 2006, si è andata caratterizzando con un doppio tragico “potere”: da una parte quello di Hamas a Gaza, dall’altra quello dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Crediamo si possa essere d’accordo dicendo che questa situazione non ha favorito certo le azioni di solidarietà, la resistenza, o anche le discussioni con quanti incontriamo nell’organizzare il boicottaggio verso Israele, la sua economia ecc…

Abbiamo visto che queste due realtà, Gaza e Cisgiordania, diventano sempre più isolate e lontane, attraggono le altre forze potenti nel mondo che ci speculano e ci giocano, e pensiamo che questo non sia un fatto positivo perché disgrega il fronte della resistenza a tutto vantaggio delle forze di occupazione.

Infatti non crediamoo sia insignificante il ruolo dei sionisti, e dei loro complici (Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Qatar, ecc…) su quanto sta accadendo, banalmente applicano la vecchia locuzione latina: dividi et impera…

La Resistenza è unità, difesa della memoria, dei prigionieri, difesa del territorio e delle risorse, ed ovviamente Resistenza è guerra contro l’occupante.

Ne Hamas, tantomeno l’Autorità Nazionale Palestinese, si stanno interessando all’unità. Per unità intendiamo quella del popolo palestinese, ma anche delle sue organizzazioni. Sotto occupazione le armi si usano solo contro l’occupante ed i traditori, le differenze tra i palestinesi si affrontano o meglio si dovrebbero affrontare con metodi democratici.

I due fronti che detengono il potere a Gaza, come a Ramallah, di certo non lo stanno facendo, chiusi nei loro fortini si illudono di avere potere, di essere gli unici rappresentanti del popolo palestinese, dimenticando che quelli che vedono allo specchio, nelle loro prigioni, mentre torturano o uccidono non sono sionisti o traditori, ma palestinesi coinvolti all’interno della tragedia dell’occupazione sionista, non colpevoli.

Detto questo sarebbe stato corretto che Hamas avesse potuto governare, ne aveva ogni diritto, anche se essere al governo non dovrebbe legittimare a stravolgere la cultura, la religione, la tradizione d un popolo, ma dovrebbe garantire la libertà di culto, il rispetto dei diritti umani, la parità tra uomo e donna.

Dobbiamo ricordare che dal 2006 non si vota in Palestina? Che Abu Mazen resta un presidente decaduto?

Mentre tra palestinesi letteralmente si scannano, Israele ha proseguito non solo con l’occupazione fisica della terra palestinese, ma anche l’occupazione della memoria.

Da una analisi di Fulvio Scaglione: “Nel 2011 il Parlamento israeliano ha approvato la cosiddetta Naqba Law, la legge che prevede sanzioni contro le scuole finanziate dallo Stato che ricordino o commemorino l’espulsione dei palestinesi nel 1948. Poi è stata approvata la Admission Committees Law, legge che permette alle piccole comunità in Israele di rifiutare la residenza ai non ebrei. Infine, nel 2013, Netanyahu è andato a nuove elezioni sulla base della legge denominata ‘Israele, Stato nazionale del popolo ebraico’, che apre la strada all’emarginazione delle minoranze, quella araba (cristiana o musulmana) per prima, e poi la continua impunita crescita delle colonie in Cisgiordania e Gerusalemme, credo ne siano un chiaro segno.

Nelle ‘colonie’ vive ormai il 10% dell’intera popolazione, altro che avamposti. Il mito della ‘bomba demografica araba’, che avrebbe dovuto travolgere lo Stato ebraico, è serenamente sfumato: nel 2014 il tasso di natalità era di 3,17 figli tra le donne arabe e di 3,11 per quelle ebree. Gli Haredim, gli ultraortodossi che formano circa il 12% della popolazione e usavano dedicarsi allo studio della Torah, con un gran peso economico per lo Stato, hanno perso molti dei loro privilegi. Una serie di leggi li ha indirizzati prima verso il servizio militare e poi verso il lavoro: il governo offre sussidi agli imprenditori che assumono Haredim e oggi, per la prima volta, il 50% degli uomini e il 74% delle donne ultraortodossi è impiegato e produttivo.

In Cisgiordania, i palestinesi, non hanno un politico degno di tal nome a rappresentarli e difenderli, la terra gli viene sottratta pezzo per pezzo. Quelli che vivono in Israele, se passa la legge sullo ‘Stato nazionale del popolo ebraico’, saranno considerati semi-abusivi. Quelli di Gaza sono presi tra l’assedio israeliano e il potere autoritario ed inconcludente di Hamas”.

Come si può non condividere quanto scritto?

Come fanno, i cosiddetti solidali con la Palestina a non vedere questo che è visibile ad occhi nudi?

Se è vero che l’unità e la memoria sono il primo atto di Resistenza, cosa vuol dire se Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese non lo fanno? Vuol forse dire qualcosa per ora di impronunciabile? Vuol forse dire che i due poteri non vogliono la Palestina, ma la loro Palestina?

Certo, difficile da pronunciare, ma è diventata sempre più uno stato di fatto e nessuno dei due si oppone, anzi lavorano in questo senso senza tregua, sordi ai richiami che pure sono arrivate dalle prigioni, dalla sinistra palestinese, ma anche dall’esilio, ed anche da chi si schiera, senza se e senza ma, per la libertà del popolo palestinese.

Riusciranno quanti stanno a sinistra, e la società civile a spostare queste grosse montagne?

Noi ne siamo certi, perché anche se ci riferiamo a forze in questo momento minoritarie, con poche risorse, senza potere pur se radicate nella società palestinese e nella diaspora, che in qualche modo dipendono da Hamas e dalla Autorità Nazionale Palestinese, che lo ripeto hanno interessi diversi ma in un certo senso convergenti, credo che sia l’unica alternativa possibile, se anche noi concretamente contribuiamo schierandoci con chi cerca fortemente l’unità del popolo, delle organizzazioni palestinesi e della Resistenza, in tutte le sue forme.

L’eroico popolo palestinese ci ha dimostrato di saper resistere in condizioni tragiche e ancora oggi, dopo le criminali aggressioni al popolo palestinese di Gaza ci dice che la Resistenza è necessaria.

Facciamo nostro il comunicato dei prigionieri, schieriamoci apertamente e fortemente con chi si batte, pur con poche forze, ed in maniera diversa ma decisamente, contro l’occupante; non stiamo dalla parte di chi si barrica dentro le mura, chiede tregue di lunga durata, o collabora con i sionisti (chiunque oggi collabora in qualsiasi forma con Israele non lo fa per gli interessi palestinesi, ma per i propri e quelli delle loro famiglie).

E’ sbagliato chiedere tregue più o meno lunghe, occorre essere uniti e pretendere la fine dell’occupazione, non pace ma giustizia, senza la quale non potrà esserci pace. L’unica pace sotto occupazione è quella tra padrone e servo. La tragedia, oggi non è solo nell’oppressione sionista, che la resistenza ha saputo tener testa per molti decenni, ma nella divisione.

I compagni del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina fin dall’8 luglio 2009, giustamente scrivevano in un loro comunicato, con cui denunciavano l’approvazione statunitense di 2500 unità abitative negli insediamenti della West Bank: “mettiamo in guardia contro ogni tentativo Palestinese di contare sull’atteggiamento americano o di accettarne l’interferenza, sottolineando che l’arma più potente per contrastare queste politiche è un fronte nazionale unito, ed urge un serio ed esaustivo dialogo nazionale Palestinese per affrontare la sfida, metter fine alla divisione e costruire un programma politico nazionale unificato”.

E, ci sembra, che alla luce di quanto è avvenuto, molta ragione avessero nello scrivere quelle parole.

Robert Fisk in un suo articolo del 30.01.2010 La Palestina sta lentamente morendo nelle pietrose colline della Cisgiordania: “Nella Cisgiordania, nell’Area C, ci sono 150.000 Palestinesi e 300.000 coloni ebrei che vivono – illegalmente per la legge internazionale – in 120 colonie ufficiali e 100 insediamenti “non riconosciuti”, ovvero, nel linguaggio che dobbiamo usare in questi giorni, “avamposti illegali”; illegali sia per la legge israeliana sia per quella internazionale, per distinguerli dalle 120 colonie che sono legali per la legge israeliana ma illegali per quella internazionale. I coloni ebrei, inutile dirlo, non hanno alcun problema ad ottenere le licenze edilizie, mentre nessun Palestinese è autorizzato a scavare un buco ad una profondità maggiore di 40 cm”.

E il problema, per i governanti palestinesi, è se tornare alle trattative o cercare appoggio alle varie monarchie?

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