A fine febbraio 2016 Ilan Pappé ha tenuto una brillante conferenza in una sala della New York University, stipata con circa 200 persone di ogni età. Nel nostro paese non se n’è parlato molto per non dire affatto, la cultura sionista funziona e censura capillarmente, sistematicamente e con evidente efficacia. Il complesso però non si regge solo su questo: vive anche una crudele ipocrisia tra le fila dei cosiddetti sostenitori del popolo (o della causa) palestinese, spesso anche tra quelli che dicono, a parole, di sostenere la resistenza palestinese.

In altre occasioni abbiamo visto lo stesso Pappè “coccolato” da queste persone, invece stavolta no, stavolta si preferisce “non vedere, non sentire, non parlare”. Come mai non se ne parla, ci chiediamo?

Perché stavolta la sua riflessione ha toccato il nervo scoperto della cosiddetta “solidarietà” con la Palestina: nella “brillante conferenza” ha voluto riflettere “sulla crudele illusione del processo di pace”. Se ne poteva quindi parlare in Italia? Certo che no, una parte della solidarietà ha voluto il vuoto riconoscimento dello stato della Palestina, mentre l’altra parte guarda all’occupazione della Palestina come una questione umanitaria, idea sempre ricettata dalla maggior parte dei palestinesi, che legittimamente chiedono invece “terra, giustizia e libertà”.

I contributi di Ilan Pappé sono stati tanti ed importantissimi, hanno insegnato a guardare alla Palestina con occhi molto profondi ed aperti. La sua recente conferenza su “Abbiamo sprecato 40 anni parlando di niente, facendo niente”, crediamo sia straordinaria, anche se con meno eco de “La Pulizia Etnica della Palestina” o anche “Palestina e Israele: che fare?”, quest’ultimo scritto insieme a Noam Chomsky.

Per alcuni di noi non è una novità, lo diciamo apertamente da anni, lo pensiamo da molti di più. Ci auspichiamo, purtroppo con qualche dubbio, che l’autorevolezza data a Pappè possa far riflettere tutta la solidarietà palestinese italiana.

Spiace certo che i dati di fatto in Palestina siano serviti a poco, che per “demolire il processo di pace” ci vogliano le parole di uno storico ed accademico israeliano di sinistra, un tempo erano i fatti che avevano “la testa dura”.

A nostro avviso ogni onesta lettura sulla “questione palestinese”, dovrebbe partire da un preciso assunto: ovvero che il sionismo non prevede uno stato palestinese: né piccolo, né medio, né grande. Basterebbe la risposta che Ariel Sharon diede a chi gli chiedeva quando si definiranno i confini dello stato di israele, allora ebbe a dire: “almeno tra 50 anni”. Ma una dichiarazione può sfuggire…

Quello che non dovrebbe però sfuggire è che se i sionisti avessero voluto uno stato palestinese questo sarebbe possibile in pochi giorni, senza nessun pericolo per la vita di Israele. Siamo seri. E soprattutto onesti!

Facciamo parlare Pappè: “Il modello coloniale è accurato perché cattura lo spirito del sionismo dal 1882 ad oggi: il progetto di colonizzare una terra e fare i conti con una popolazione indigena attraverso un processo di eliminazione e deumanizzazione”.

Ancora: “i piani per la pulizia etnica della Palestina hanno origine dall’inizio del 1940, quando i funzionari sionisti compilarono la lista dei villaggi palestinesi e delle loro popolazioni. […] La pulizia etnica di circa 500 villaggi nel 1948 fu seguita dalla pulizia etnica di 36 villaggi all’interno di Israele tra il 1948 ed il 1956 e la creazione della Striscia di Gaza come campo di rifugiati per palestinesi espulsi”. Vi pare che con queste premesse il sionismo potesse prevedere una terra per i palestinesi?

Ilan Pappè dice poi che virtualmente dal 1967 Israele iniziò un discorso di pace che ha “abbindolato il mondo”, e questo è stato l’elemento più disturbante del suo discorso.

Puoi raccontare di essere sul terreno di pace ed i leaders vincono addirittura premi Nobel per la Pace, per un piano allo scopo di “contenere la popolazione indigena in enclavi che non hanno alcun peso” sulla maggioranza della società. La popolazione partecipa al processo di pace per sentire che sta facendo qualcosa di buono ma non fa che prolungare il disastro per i palestinesi. Questi perdono sempre più terra ogni giorno. Gaza è un luogo di “disumanità, barbarie ed inedia”.

Perché se una logica di deumanizzazione e di eliminazione del popolo palestinese è sviluppata in nome della pace, in nome della riconciliazione, in nome della coesistenza, allora essa riceve un’immunità, che non è guadagnata perché trattasi di un discorso particolarmente geniale, ma perché riesce persino a convincere i palestinesi a parteciparvi, riesce persino a convincere le persone di coscienza nel mondo a parteciparvi, con la convinzione che in questo momento si parli di pace. Portando infine ad una narrazione sionista anche parte della solidarietà con la Palestina, che “declassa” una lotta anticoloniale ad una lotta per i diritti civili, dimenticando le “origini” dello Stato sionista.

Le persone ci cascano perché hanno bisogno di risolvere le proprie contraddizioni cognitive, ma di certo 50 anni ti devono avere dimostrato che forse, nel 1967, dopo 19 anni, Israele era un fatto temporaneo ma Israele nella West Bank è definitivamente non temporanea. Le cose stanno così. Questo è lo stato d’Israele, dal fiume Giordano fino al Mediterraneo. C’è un solo stato e ci sarà sempre un solo stato e questo stato è lo stato d’Israele.

Così abbiamo avuto tanta energia, energia diplomatica, energia accademica, buona volontà se volete, investita in un processo presupposto come un genuino processo di pace basato sulla versione più sofisticata del sionismo, che non ha portato da nessuna parte. Tutto ciò non è certo andato sprecato per Israele ma noi abbiamo sprecato tempo, se davvero eravamo alla ricerca di pace e riconciliazione. Abbiamo davvero sprecato tempo, stiamo ancora sprecando tempo.

Assomiglia alla vecchia barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi smarrite sotto ad un lampione stradale, sebbene quello non sia il posto in cui le chiavi erano state perse.

La chiave non era stata persa nella soluzione dei due stati, nell’idea della spartizione, non è stata persa nel paradigma del conflitto in Palestina come guerra tra due movimenti nazionalisti. La chiave è stata persa nell’oscurità della realtà di un processo colonialista.

Siamo giunti ad un momento critico del conflitto: abbiamo bisogno di abbandonare i paradigmi storici che negano che questo sia colonialismo. È importante per gli occidentali che si insista sul fatto che questo è un progetto colonialista affinché sorga una nuova comprensione di massa su come risolvere il problema, ponendo fine al sionismo.

Professori, studenti, giornalisti ed attivisti occidentali hanno ruoli importanti da giocare qui. Bisogna supportare il movimento di BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni). Bisogna parlare dell’apartheid e del genocidio.

Da quando l’OLP ha iniziato ad indebolire la sua visione politica e la sua missione, avviando il percorso negoziale che con il sostegno degli Stati Uniti l’avrebbe condotto alla Conferenza di Madrid del 1991, i sostenitori della causa palestinese sono stati gettati in una condizione di assoluta incertezza.

Il sionismo è rimasto lo stesso, così come la sua ideologia e le sue pratiche: a cambiare è stata l’OLP, che non ha più ritenuto necessario denunciarne il razzismo. E, come sostengono alcuni, non si poteva pretendere che i sostenitori dei palestinesi fossero più pro-palestinesi dell’OLP.

Dalla Conferenza di Madrid, e ancora di più dopo Oslo, Arafat e la leadership palestinese hanno iniziato a modificare il proprio approccio rispetto al diritto al ritorno: è stato in quel contesto che la maggior parte dei sostenitori della causa ha iniziato a indebolirsi.

Così è stato anche per la legittimità della resistenza palestinese all’Occupazione: alla fine degli anni ’80, e a condizione di un dialogo con gli Stati Uniti che non si sarebbe mai realizzato, Arafat la identificò come “terrorismo”, rinunciandovi.

Alla luce di Oslo, Arafat e la neonata Autorità Nazionale Palestinese (ANP, creata in base agli Accordi) posero fine alla prima Intifada, avviandosi diligentemente alla soppressione della seconda. Alleati e sostenitori, come conseguenza, iniziarono ad indebolire il loro sostegno alla resistenza. Inoltre, mentre Arafat negoziava ad Oslo, trasformando l’OLP da movimento di liberazione nazionale in strumento nelle mani dell’Occupazione israeliana (l’ANP, ndt), tutti quei paesi che boicottavano diplomaticamente Israele iniziarono a domandarsi perché andare avanti quando l’OLP e lo stesso Arafat avevano costruito relazioni diplomatiche con uno Stato coloniale e razzista.

L’isolamento diplomatico internazionale di Israele è finito grazie agli accordi siglati da Arafat. Le conseguenze non hanno pesato solo a livello ufficiale, ma anche tra i movimenti politici e gli attivisti, per i quali l’OLP e Arafat erano simboli della lotta contro colonialismo e razzismo.

Quelle stesse persone si unirono al coro internazionale di sostegno al processo di Oslo, visto come un modo per risolvere quello che all’improvviso veniva chiamato “il conflitto israelo-palestinese”.

Un nuovo fervore in Italia ha scelto di schierarsi apertamente per costruire la solidarietà con la Palestina sostenendone la Resistenza.

Allo stesso modo riteniamo che anche per i palestinesi non sia il tempo di accordi o trattative, funzionali solo nell’indebolire la resistenza palestinese e nel corrodere ogni possibilità di unità del popolo nella lotta contro l’occupazione, che invece rimane l’unica via d’uscita e può essere sostenuta anche a livello internazionale, da quei soggetti, governi ed interlocutori che credono nella Lotta di Liberazione della Palestina, che sostenere i diritti di una popolazione e la loro autodeterminazione e libertà, non può che rafforzare la propria.

L’obiettivo prefissato è quello di costruire un sostegno alla Resistenza palestinese in tutte le sue forme, di contrastare e denunciare ogni fenomeno di complicità con il nemico ovunque e comunque si presenti. Su questo stiamo lavorando nel costruire la nostra solidarietà.

Post Scriptum: Quando Ilan Pappè ha tenuto una conferenza nella sua Università, l’Università di Exeter in Gran Bretagna, sul tema del colonialismo, l’ambasciata israeliana, il consiglio dei deputati della comunità ebraica e persino l’ufficio del primo ministro, tutti chiamarono l’università nel giro di 12 ore per dire che non volevano che si permettesse all’evento “antisemita e filo-nazista” di avere luogo.

La scuola tenne duro. Teniamo duro anche noi nella lotta contro l’occupazione e contro il sionismo, ovunque si manifesti.

PalestinaRossa

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