l’amore

Una delle prime sere dopo la partenza ci trovammo io e lei al timone per tutta la notte, ed il cielo sembrava particolarmente magico, le stelle parevano poggiarsi sopra le nostre teste, quasi che potessimo spegnerle allungando un dito, se questo serviva a renderci più arditi, e fu un attimo.

Le nostre mani, alla luce delle stelle, si cercarono e seppero solo parlare d’amore e passione.

Trascorremmo i giorni a venire innamorati come ragazzini. Cercarci non era possibile perché non ci perdevamo di vista un momento, gli occhi in quel tempo seppero seguire i nostri cuori con grande perfezione, ogni sguardo era una promessa e fummo davvero felici.

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Sionismo (ma non avete mai osato chiedere)

A proposito di bufale, tarallucci e vino… ovvero “una terra senza popolo per un popolo senza terra”

A 70 anni dall’occupazione della Palestina, progetto ordito a partire dagli ultimi anni del XIX secolo,
qualcosa appare chiara e vera per quanto, razionalmente, possa sembrare incredibile

La narrazione sionista ha attraversato circa 120 anni fondamentalmente in maniera impunita nonostante molte risoluzioni ONU lasciate cadere nel vuoto. Solo negli ultimi decenni, ad opera anche di molti autori ebrei, si è iniziato a svelare l’occupazione, le centinaia di villaggi distrutti e quella che poi correttamente è stata definita la pulizia etnica in Palestina. Ma occorre ribadire che queste verità faticano a superare la cortina fumogena fatta di censura da parte della stragrande maggioranza dei media mondiali, tutti sotto il pugno di ferro della narrazione sionista (in Italia i tre maggiori quotidiani quali La Stampa, Repubblica e Corriere della Sera sono nelle mani di altrettante dirigenze sioniste). I maggiori partiti di destra come di “sinistra” sono anch’essi al servizio del sionismo (recentemente Renzi segretario del PD e Presidente del Consiglio ha vergognosamente dichiarato che le nostre radici ed il nostro futuro sono in Israele, oltre ad essersi attorniato di persone con cittadinanza italo-israeliana), inoltre vi è una parte che vive sotto il ricatto dell’antisemitismo, lo spauracchio infelice e idiota con cui spesso sparano addosso a chiunque denunci semplicemente i crimini contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni.

La narrazione sionista, con la complicità anche di agenti palestinesi, ha guidato in maniera lineare tutto il confronto tra sionisti e palestinesi, fino a convogliare dentro i binari della loro narrazione tutta la solidarietà verso la Palestina, anche quella parte più genuina, facendo credere che una soluzione fosse possibile attraverso le trattative, attraverso i vari contatti tra dirigenti sionisti e palestinesi, magari con la “mediazione” statunitense o europea.

E badate bene, nonostante i 120 anni trascorsi, nonostante sia sotto gli occhi di tutti che nessun passo avanti sia stato fatto, quella narrazione è lungi dall’essere mandata al diavolo come dovrebbe, tutti continuano a seguirla come e peggio di una chimera (idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia: le sue speranze non sono che vane).

Posiamo i piedi per terra e vediamo di trovare una sola frase, in questi 120 anni, che possa far pensare al fatto che l’idea sionista preveda uno stato palestinese, piccolo, medio o grande che sia. Solo pochi mesi fa Netaniahu ha chiaramente ribadito che non permetterà la nascita di uno stato palestinese.

Andiamo a ritroso e vediamo se nel passato c’è qualche accenno allo stato per i palestinesi. Il terrorista Sharon poco prima di entrare in un salutare coma, a chi gli chiedeva quali fossero i confini di Israele rispondeva che se ne sarebbe parlato da lì a 50 anni, non prima.

Facciamo un salto ancora indietro e troviamo queste perle di disponibilità allo stato per i palestinesi:

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba». David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.

«Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono». Golda Meir, Primo ministro d’Israele, dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969.

«La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d’Israele. Tutta quanto. E per sempre». Menachem Begin, il giorno dopo il voto all’ONU sulla divisione della Palestina.

«E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre». Ariel Sharon, Ministro degli esteri d’Israele, parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.

E ci si limita a riportare le dichiarazioni più “gentili”, dichiarazioni rilasciate da chiunque, ma dai massimi dirigenti sionisti di ieri e di oggi.

Davanti a queste terribili ma concrete e veritiere dichiarazioni, come si fa a non comprendere che loro NON permetteranno MAI uno stato palestinese? Lo dichiarano un giorno si e l’altro pure, che Israele è uno stato per soli ebrei. E quanto sta succedendo negli ultimi anni lo conferma decisamente in maniera chiara: “uno stato ebraico per soli ebrei”. Ed a questo dato non si oppone nessuno in Israele anzi, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi esseri umani o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo.

Loro sanno che non avrebbero potuto realizzare il loro progetto da un giorno all’altro, ma a quel giorno si sta arrivando e si arriverà se non si inizia a destrutturare la narrazione sionista e con essa mandare alle ortiche tutti i traditori all’interno della dirigenza palestinese, a partire dal golpista Abu Mazen e ogni altro leader che si oppone all’unità del popolo palestinese contro l’occupazione.

Che fare? Direbbe qualcuno che nel momento giusto seppe che fare.

Innanzitutto i palestinesi hanno bisogno di nuovi leader, di nuovi intellettuali (non è un caso che i sionisti hanno fatto una strage di intellettuali palestinesi così come di onesti dirigenti palestinesi, o anche di attivisti come Vittorio Arrigoni o Juliano Mer Khamis, lasciando illesi quelli che in qualche modo accettano di “trattare”). Occorre ricomporre un nuovo pensiero politico e di resistenza, che sappia costruire unità al fine di porre nuove analisi e strategie alternative che portino ad una nuova azione politica. L’attuale sistema politico palestinese non tiene conto in nessun modo del popolo, cerca di comprarlo dove può, offrendogli dei privilegi, miseri, ma che nella disperazione di nessuna prospettiva diventano allettanti. Provate a pensare ai ruoli che ricoprono i dirigenti palestinesi nell’attuale sistema politico: un leader cui è scaduto il mandato e nessuno pensa di sostituirlo. Questo modo di stare nella realtà palestinese coinvolge tutti, destra, centro, ma anche sinistra, purtroppo. Come detto serve una nuova classe dirigente che per prima cosa si liberi, senza se e senza ma, delle catene degli accordi di Oslo, ovvero rigettare quella schiavitù e oppressione che prosegue da decenni.

Rilanciare in maniera forte, costante e chiara il BDS contro l’occupante, chiamando a raccolta tutte le forze che dicono di sostenere i palestinesi. Quindi che d’ora in poi si utilizzino nuove e chiare parole d’ordine, chiamando le cose con il vero nome, l’occupazione è occupazione, e da che mondo e mondo all’occupazione si risponde con la RESISTENZA, ovviamente declinandola in molte forme di cui i palestinesi spesso si son mostrati maestri.

La solidarietà italiana cosa può fare per sostenere la giusta legittima lotta di liberazione palestinese?

  • Svelare e contrastare la narrazione sionista

  • Sostenere la Resistenza

  • Costruire solidarietà verso i prigionieri palestinesi

  • Sostenere ed ampliare il BDS

  • Costruire relazioni politiche con i palestinesi

  • Non collaborare con progetti che normalizzano l’occupazione

  • Rigettare il turismo “politico” (i palestinesi hanno le qualità per fare un lavoro di controinformazione, aiutiamoli nel recupero delle risorse).

  • Lottare contro i sionisti nel nostro paese

p.s. Che Israele non abbia intenzione di fermarsi agli attuali confini, anche se non segnati, lo dimostra, ad esempio, il fatto che è sempre attivo nel tentare di disgregare i paesi arabi vicini, come Siria e Libano. È di questi giorni la notizia, ovviamente censurata dai giornali italiani, che un nuovo progetto sionista è riemerso contro il Libano e la sua integrità territoriale. Come riportato da alcuni politici libanesi e pubblicato in questi giorni dal quotidiano di Beirut Assafir, Israele sta cercando di convincere la comunità internazionale della mancanza di una documentazione “certa” relativa al confine meridionale del Libano. Durante un’interpellanza in sede ONU un diplomatico israeliano ha dichiarato che “non esistono dei confini terresti riconosciuti tra Israele ed il Libano, visto che lo stato libanese non ha mai fornito una documentazione relativa alla sua linea di confine meridionale mai veramente marcata”.

Questo il modo di agire dei sionisti, incuranti di seguire una qualsiasi legge, loro si sentono fuori dalla legge, perché sanno che il loro progetto della Grande Israele non è solo umanamente schifoso, ma del tutto illegale.

Proponiamo in allegato un documento che riteniamo molto adeguato alla riflessione proposta, per ragione di spazio riportiamo alcune “immagini”, ma rimandiamo alla lettura integrale, attraverso il sito: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/ong-nella-valle-del-giordano

“L’assistenza scalza la lotta politica palestinese, normalizza la situazione di occupazione, e rinvia una soluzione permanente”. Le ONG internazionali stanno lavorando in maniera estensiva nei villaggi palestinesi, nei paesi e nelle città delle aree A* e B*, mentre i palestinesi dell’area C* (inclusa la maggior parte della Valle del Giordano) sono sistematicamente esclusi dall’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione, alla sanità e all’energia. […] queste ONG stanno lavorando entro le leggi militari imposte sulla Cisgiordania dalle forze di occupazione.

Mentre Oslo iniziò il processo di normalizzazione dell’occupazione, le maggiori ONG internazionali stanno continuando questo processo lavorando entro i confini imposti loro dallo Stato di Israele, e concentrando la maggior parte del loro lavoro nelle aree A e B.

Le ONG “stanno lavorando qui dall’invasione della potenza occupante, e niente è cambiato. Funzionalmente, loro alleggeriscono i governi dalle loro obbligazioni verso i propri popoli. Le ONG spesso non riconoscono gli Stati e le loro politiche economiche, come le maggiori cause di povertà e sofferenza.

Nel caso della Palestina, molte ONG non si concentrano necessariamente sulla critica dell’occupazione israeliana, ma piuttosto tendono ad allenare i palestinesi a muoversi e servire una nuova società civile post-Oslo, caratterizzata dalla partecipazione dei palestinesi al capitalismo del libero mercato.

Chiunque conduca ricerche sulle ONG e sulle donazioni in questa area, sarà costretto ad ammettere che le donazioni intese a giungere in quest’area risultano, negli ultimi 15 anni, milioni. Ma questi soldi vengono incanalati in progetti che, in maniera conveniente, evitano la questione dell’occupazione israeliana. Una ONG viene garantita di mezzo milione di euro dall’UE per prevenire l’estinzione dei gufi nella Valle del Giordano, mentre la gente non ha acqua potabile da bere.

Poiché queste organizzazioni ricevono finanziamenti da diverse fonti, loro devono proteggere i propri interessi monetari non valicando certi limiti e restando incollati allo status quo. Infatti, le organizzazioni che criticano le politiche di Israele rischiano di essere deprivate dei finanziamenti e penalizzate, e questa è una eventualità ben conosciuta. Come il caso di INCITE – Donne di Colore Contro la Violenza. Sul loro sito web, loro spiegano che iniziarono a ricevere finanziamenti dalla Fondazione Ford nel 2000. Poi, “in maniera del tutto inaspettata il 30 luglio 2004, la Fondazione Ford spedì un’altra lettera, spiegando che aveva rivalutato la propria decisione a causa del sostegno alla lotta di liberazione palestinese da parte dell’organizzazione. L’amministrazione militare israeliana non si assume più la responsabilità di garantire il benessere della gente dell’area C. Loro possono anche smettere di sorvegliare tali aree palestinesi, in quanto adesso ci sono le ONG che lo fanno per loro”.

Questo è evidente per il fatto che “loro hanno case fantastiche, salari spaziali e uffici enormi. Loro hanno altissimi costi di esercizio, finanziati dalle fondazioni – in teoria in nome del popolo palestinese. Le tasse che pagano ammontano al 22% dei loro budget e loro implementano il loro lavoro mediante ditte esterne – pagando alti salari agli ‘specialisti’ ed ai ‘consulenti’ internazionali”. Ciò che resta alla fine per la gente, è niente.

Palestina Rossa

Abbiamo davvero sprecato tempo, stiamo ancora sprecando tempo

A fine febbraio 2016 Ilan Pappé ha tenuto una brillante conferenza in una sala della New York University, stipata con circa 200 persone di ogni età. Nel nostro paese non se n’è parlato molto per non dire affatto, la cultura sionista funziona e censura capillarmente, sistematicamente e con evidente efficacia. Il complesso però non si regge solo su questo: vive anche una crudele ipocrisia tra le fila dei cosiddetti sostenitori del popolo (o della causa) palestinese, spesso anche tra quelli che dicono, a parole, di sostenere la resistenza palestinese.

In altre occasioni abbiamo visto lo stesso Pappè “coccolato” da queste persone, invece stavolta no, stavolta si preferisce “non vedere, non sentire, non parlare”. Come mai non se ne parla, ci chiediamo?

Perché stavolta la sua riflessione ha toccato il nervo scoperto della cosiddetta “solidarietà” con la Palestina: nella “brillante conferenza” ha voluto riflettere “sulla crudele illusione del processo di pace”. Se ne poteva quindi parlare in Italia? Certo che no, una parte della solidarietà ha voluto il vuoto riconoscimento dello stato della Palestina, mentre l’altra parte guarda all’occupazione della Palestina come una questione umanitaria, idea sempre ricettata dalla maggior parte dei palestinesi, che legittimamente chiedono invece “terra, giustizia e libertà”.

I contributi di Ilan Pappé sono stati tanti ed importantissimi, hanno insegnato a guardare alla Palestina con occhi molto profondi ed aperti. La sua recente conferenza su “Abbiamo sprecato 40 anni parlando di niente, facendo niente”, crediamo sia straordinaria, anche se con meno eco de “La Pulizia Etnica della Palestina” o anche “Palestina e Israele: che fare?”, quest’ultimo scritto insieme a Noam Chomsky.

Per alcuni di noi non è una novità, lo diciamo apertamente da anni, lo pensiamo da molti di più. Ci auspichiamo, purtroppo con qualche dubbio, che l’autorevolezza data a Pappè possa far riflettere tutta la solidarietà palestinese italiana.

Spiace certo che i dati di fatto in Palestina siano serviti a poco, che per “demolire il processo di pace” ci vogliano le parole di uno storico ed accademico israeliano di sinistra, un tempo erano i fatti che avevano “la testa dura”.

A nostro avviso ogni onesta lettura sulla “questione palestinese”, dovrebbe partire da un preciso assunto: ovvero che il sionismo non prevede uno stato palestinese: né piccolo, né medio, né grande. Basterebbe la risposta che Ariel Sharon diede a chi gli chiedeva quando si definiranno i confini dello stato di israele, allora ebbe a dire: “almeno tra 50 anni”. Ma una dichiarazione può sfuggire…

Quello che non dovrebbe però sfuggire è che se i sionisti avessero voluto uno stato palestinese questo sarebbe possibile in pochi giorni, senza nessun pericolo per la vita di Israele. Siamo seri. E soprattutto onesti!

Facciamo parlare Pappè: “Il modello coloniale è accurato perché cattura lo spirito del sionismo dal 1882 ad oggi: il progetto di colonizzare una terra e fare i conti con una popolazione indigena attraverso un processo di eliminazione e deumanizzazione”.

Ancora: “i piani per la pulizia etnica della Palestina hanno origine dall’inizio del 1940, quando i funzionari sionisti compilarono la lista dei villaggi palestinesi e delle loro popolazioni. […] La pulizia etnica di circa 500 villaggi nel 1948 fu seguita dalla pulizia etnica di 36 villaggi all’interno di Israele tra il 1948 ed il 1956 e la creazione della Striscia di Gaza come campo di rifugiati per palestinesi espulsi”. Vi pare che con queste premesse il sionismo potesse prevedere una terra per i palestinesi?

Ilan Pappè dice poi che virtualmente dal 1967 Israele iniziò un discorso di pace che ha “abbindolato il mondo”, e questo è stato l’elemento più disturbante del suo discorso.

Puoi raccontare di essere sul terreno di pace ed i leaders vincono addirittura premi Nobel per la Pace, per un piano allo scopo di “contenere la popolazione indigena in enclavi che non hanno alcun peso” sulla maggioranza della società. La popolazione partecipa al processo di pace per sentire che sta facendo qualcosa di buono ma non fa che prolungare il disastro per i palestinesi. Questi perdono sempre più terra ogni giorno. Gaza è un luogo di “disumanità, barbarie ed inedia”.

Perché se una logica di deumanizzazione e di eliminazione del popolo palestinese è sviluppata in nome della pace, in nome della riconciliazione, in nome della coesistenza, allora essa riceve un’immunità, che non è guadagnata perché trattasi di un discorso particolarmente geniale, ma perché riesce persino a convincere i palestinesi a parteciparvi, riesce persino a convincere le persone di coscienza nel mondo a parteciparvi, con la convinzione che in questo momento si parli di pace. Portando infine ad una narrazione sionista anche parte della solidarietà con la Palestina, che “declassa” una lotta anticoloniale ad una lotta per i diritti civili, dimenticando le “origini” dello Stato sionista.

Le persone ci cascano perché hanno bisogno di risolvere le proprie contraddizioni cognitive, ma di certo 50 anni ti devono avere dimostrato che forse, nel 1967, dopo 19 anni, Israele era un fatto temporaneo ma Israele nella West Bank è definitivamente non temporanea. Le cose stanno così. Questo è lo stato d’Israele, dal fiume Giordano fino al Mediterraneo. C’è un solo stato e ci sarà sempre un solo stato e questo stato è lo stato d’Israele.

Così abbiamo avuto tanta energia, energia diplomatica, energia accademica, buona volontà se volete, investita in un processo presupposto come un genuino processo di pace basato sulla versione più sofisticata del sionismo, che non ha portato da nessuna parte. Tutto ciò non è certo andato sprecato per Israele ma noi abbiamo sprecato tempo, se davvero eravamo alla ricerca di pace e riconciliazione. Abbiamo davvero sprecato tempo, stiamo ancora sprecando tempo.

Assomiglia alla vecchia barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi smarrite sotto ad un lampione stradale, sebbene quello non sia il posto in cui le chiavi erano state perse.

La chiave non era stata persa nella soluzione dei due stati, nell’idea della spartizione, non è stata persa nel paradigma del conflitto in Palestina come guerra tra due movimenti nazionalisti. La chiave è stata persa nell’oscurità della realtà di un processo colonialista.

Siamo giunti ad un momento critico del conflitto: abbiamo bisogno di abbandonare i paradigmi storici che negano che questo sia colonialismo. È importante per gli occidentali che si insista sul fatto che questo è un progetto colonialista affinché sorga una nuova comprensione di massa su come risolvere il problema, ponendo fine al sionismo.

Professori, studenti, giornalisti ed attivisti occidentali hanno ruoli importanti da giocare qui. Bisogna supportare il movimento di BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni). Bisogna parlare dell’apartheid e del genocidio.

Da quando l’OLP ha iniziato ad indebolire la sua visione politica e la sua missione, avviando il percorso negoziale che con il sostegno degli Stati Uniti l’avrebbe condotto alla Conferenza di Madrid del 1991, i sostenitori della causa palestinese sono stati gettati in una condizione di assoluta incertezza.

Il sionismo è rimasto lo stesso, così come la sua ideologia e le sue pratiche: a cambiare è stata l’OLP, che non ha più ritenuto necessario denunciarne il razzismo. E, come sostengono alcuni, non si poteva pretendere che i sostenitori dei palestinesi fossero più pro-palestinesi dell’OLP.

Dalla Conferenza di Madrid, e ancora di più dopo Oslo, Arafat e la leadership palestinese hanno iniziato a modificare il proprio approccio rispetto al diritto al ritorno: è stato in quel contesto che la maggior parte dei sostenitori della causa ha iniziato a indebolirsi.

Così è stato anche per la legittimità della resistenza palestinese all’Occupazione: alla fine degli anni ’80, e a condizione di un dialogo con gli Stati Uniti che non si sarebbe mai realizzato, Arafat la identificò come “terrorismo”, rinunciandovi.

Alla luce di Oslo, Arafat e la neonata Autorità Nazionale Palestinese (ANP, creata in base agli Accordi) posero fine alla prima Intifada, avviandosi diligentemente alla soppressione della seconda. Alleati e sostenitori, come conseguenza, iniziarono ad indebolire il loro sostegno alla resistenza. Inoltre, mentre Arafat negoziava ad Oslo, trasformando l’OLP da movimento di liberazione nazionale in strumento nelle mani dell’Occupazione israeliana (l’ANP, ndt), tutti quei paesi che boicottavano diplomaticamente Israele iniziarono a domandarsi perché andare avanti quando l’OLP e lo stesso Arafat avevano costruito relazioni diplomatiche con uno Stato coloniale e razzista.

L’isolamento diplomatico internazionale di Israele è finito grazie agli accordi siglati da Arafat. Le conseguenze non hanno pesato solo a livello ufficiale, ma anche tra i movimenti politici e gli attivisti, per i quali l’OLP e Arafat erano simboli della lotta contro colonialismo e razzismo.

Quelle stesse persone si unirono al coro internazionale di sostegno al processo di Oslo, visto come un modo per risolvere quello che all’improvviso veniva chiamato “il conflitto israelo-palestinese”.

Un nuovo fervore in Italia ha scelto di schierarsi apertamente per costruire la solidarietà con la Palestina sostenendone la Resistenza.

Allo stesso modo riteniamo che anche per i palestinesi non sia il tempo di accordi o trattative, funzionali solo nell’indebolire la resistenza palestinese e nel corrodere ogni possibilità di unità del popolo nella lotta contro l’occupazione, che invece rimane l’unica via d’uscita e può essere sostenuta anche a livello internazionale, da quei soggetti, governi ed interlocutori che credono nella Lotta di Liberazione della Palestina, che sostenere i diritti di una popolazione e la loro autodeterminazione e libertà, non può che rafforzare la propria.

L’obiettivo prefissato è quello di costruire un sostegno alla Resistenza palestinese in tutte le sue forme, di contrastare e denunciare ogni fenomeno di complicità con il nemico ovunque e comunque si presenti. Su questo stiamo lavorando nel costruire la nostra solidarietà.

Post Scriptum: Quando Ilan Pappè ha tenuto una conferenza nella sua Università, l’Università di Exeter in Gran Bretagna, sul tema del colonialismo, l’ambasciata israeliana, il consiglio dei deputati della comunità ebraica e persino l’ufficio del primo ministro, tutti chiamarono l’università nel giro di 12 ore per dire che non volevano che si permettesse all’evento “antisemita e filo-nazista” di avere luogo.

La scuola tenne duro. Teniamo duro anche noi nella lotta contro l’occupazione e contro il sionismo, ovunque si manifesti.

PalestinaRossa

IL TEMPO

 

Da quando l’ho conosciuto

Si è costruito un rapporto

Davvero speciale:

Perdona difetti, errori

E spero anche i crimini, ma

Di questo ne parliamo solo

Quando cala la sera,

O al mattino quando

L’alba sopraggiunge.

 

Beh, anche io comprendo

Perdono,

ed assolvo.

Innamorato dalla Palestina

I tuoi occhi sono una spina nel cuore

lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento

e li conficco nella notte e nel dolore

cosi  la sua ferita illumina le stelle,

trasforma il presente in futuro

più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo

quando i nostri occhi si incontrano

che una volta eravamo

insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone

che io tentavo di cantare ancora,

ma la tribolazione si era posata

sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine

volarono via da casa mia

volarono anche la nostra porta

e la soglia autunnale

inseguendo te,

dove si dirigono le passioni ….

I nostri specchi si sono infranti

la tristezza ha compiuto 2000 anni,

abbiamo raccolto le schegge del suono

e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,

nel petto di una chitarra;

la suoneremo sui tetti della diaspora

alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,

oh tu dalla voce sconosciuta !

Ho dimenticato,

è stata la tua partenza

ad arrugginire la chitarra,

o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto

viaggiatore senza provviste … senza famiglia.

Sono corso da te come un orfano

chiedendo alla saggezza degli antenati:

perché trascinare il giardino verde

in prigione, in esilio, verso il porto

se rimane, malgrado il viaggio,

l’odore del sale e dello struggimento,

sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio

e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

Palestinese   vivi,   palestinese   morirai.